Storia

Storia2019-03-07T17:52:48+01:00

Il monte Terminillo era ben conosciuto già nell’antichità: Virgilio lo citò nell’Eneide parlando delle sue «tetricae horrentes rupes» (tetre spaventose rupi); Marco Terenzio Varrone descrisse i «gurgures alti montes» (alti monti Gurguri) e l’usanza di condurvi il bestiame per il pascolo. All’inizio del Settecento, Loreto Mattei riferisce che il nome dialettale della montagna era monte Urulu, probabile deformazione del latino Gurgures. Nelle carte geografiche dello Stato Pontificio era indicato con il toponimo di monte Gurgure. Solo all’inizio dell’Ottocento si iniziò ad affermare sugli atlanti il toponimo Terminillo (diffuso fin dal Cinquecento tra gli autoctoni), che deve la sua origine al fatto che la montagna segnasse il confine tra Stato Pontificio e Regno di Napoli e il termine dei rispettivi territori.

Fin dall’antichità, le popolazioni pedemontane frequentavano la montagna e avevano familiarità con i sentieri che permettevano di salirvi, sfruttandola in prevalenza per la caccia, il pascolo, l’uso civico di legnatico da parte di contadini, boscaioli e carbonai, nonché per la raccolta di neve e ghiaccio, che veniva rivenduto nelle città per conservare gli alimenti. Alcuni ruderi e resti di terrazzamenti a Pian de’ Rosce fanno pensare che alcune zone fossero un tempo coltivate; sembra inoltre che gli abitanti dei paesi posti alle estremità opposte della montagna avessero l’abitudine di incontrarsi sul Terminillo per fare mercato (da questo deriverebbe il nome campus forum poi diventato Campoforogna). Tuttavia la montagna non era stabilmente abitata e non era sede di insediamenti umani permanenti, fatta eccezione per modesti ricoveri di pastori.

Per lungo tempo, dal medioevo fino al secolo scorso, il massiccio montuoso e gran parte dei paesi pedemontani (esclusi Poggio Bustone, Rivodutri e Morro Reatino) appartenevano al Regno di Napoli e facevano capo alla provincia dell’Aquila in Abruzzo; al contrario, Rieti faceva parte dello Stato Pontificio, facendo capo alla provincia di Perugia in Umbria. Il confine tra Regno di Napoli e Stato Pontificio passava proprio sul monte Terminillo. Solo 1927, con l’istituzione della provincia di Rieti, il Terminillo entrò a far parte del Lazio.

I pionieri dell’esplorazione

Alla fine dell’Ottocento, con la diffusione dell’alpinismo, iniziarono le prime ascese alla vetta e l’esplorazione sistematica della montagna. I primi esploratori partivano dal paese di Lisciano (a quota 610 metri) oppure da Leonessa (970 metri), gli ultimi luoghi di ciascun versante raggiungibili tramite strada carrozzabile, e proseguivano a piedi o a dorso di mulo lungo il sentiero che conduceva al “campo base” di Pian De’ Valli (attuale sentiero CAI n. 409), a quota 1600 metri.

Il viaggiatore tedesco Ferdinand Gregorovius scrisse di «valli eccezionalmente pittoresche» percorse da «torrenti spumeggianti»; l’alpinista Enrico Abbate, autore di una tra le prime guide dell’Appenino, parlò di una montagna «imponente e con creste scoscese», capaci d’inverno di ricordare le emozioni di «una difficile salita alpina».

Fu proprio in tale periodo che si iniziò a intuire il potenziale turistico del Terminillo: nel 1882 Abbate osservava che «se il paese di Leonessa fosse in Svizzera, questi luoghi subirebbero grandi trasformazioni. Il paese si rimodernerebbe, sorgerebbero alberghi, comode diligenze percorrerebbero ampie strade trasportando continuamente touristes».

Nel 1873 venne fondata la sezione di Roma del Club Alpino Italiano che nel 1903 fece costruire il rifugio Umberto I (attuale rifugio Massimo Rinaldi) a quota 2108 metri. La presenza del rifugio, che per la prima volta offriva un punto di ristoro a scalatori ed escursionisti, favorì l’arrivo di più visitatori, che iniziarono a divenire sempre più numerosi. Fu così che nel 1923 nacque la sezione reatina del CAI, e nel 1930 venne eretto un secondo rifugio, la capanna Trebiani. Il nome del Terminillo era ormai diventato noto tra gli esponenti dell’aristocrazia romana: nel solo inverno 1931, la capanna Trebiani ospitò ben 1300 gitanti.

L’apertura al turismo “elitario” borghese

Negli anni trenta il governo fascista realizzò sul monte Terminillo un imponente progetto di valorizzazione turistica, che portò la montagna a diventare una vera e propria stazione sciistica con moderne infrastrutture di accesso e di ricettività; pubblicizzata e propagandata come la “montagna di Roma”, in breve divenne un punto di riferimento per l’intera Italia centrale e in particolare per l’alta borghesia romana.

La retorica del regime esaltò il ruolo di Benito Mussolini, additandolo a “scopritore” del Terminillo e del suo potenziale turistico: secondo Maria Scicolone, l’intuizione gli sarebbe venuta durante un viaggio in aereo da Forlì a Roma, nel quale avrebbe chiesto al comandante Biseo che montagna fosse quella che stavano sorvolando. In realtà alla realizzazione del progetto contribuirono diverse personalità.

La necessità di facilitare l’accesso alla montagna si era affermata innanzitutto tra gli alpinisti e i montanari del luogo, visto il consistente numero di visitatori che già si registrava e che cresceva di anno in anno. Inoltre, già da diversi anni, spingevano per lo sfruttamento turistico del Terminillo anche le autorità cittadine di Rieti, nell’ottica di ampliare la platea dei turisti e garantire alla città un maggiore sviluppo economico: tra questi, il podestà Alberto Mario Marcucci, il principe Ludovico Potenziani e il vescovo Massimo Rinaldi (grande appassionato di montagna, soprannominato “il vescovo scarpone”).

L’inaugurazione della Via Terminillese, nel 1933, con la colonna posta alla base della salita (Lisciano); a sinistra, l’erma posta al culmine (Campoforogna).

Fu così che il progetto prese il via: nello stesso mese di gennaio 1933, Mussolini ordinò al podestà di Rieti, Marcucci, la costruzione di un’ampia strada che da Lisciano si arrampicasse sul Terminillo: la Via Terminillese (statale 4 bis). Il primo tronco (fino a Pian de’ Rosce) fu inaugurato già nel dicembre del 1933 e la parte rimanente venne completata nel 1935.

La strada si diramava dalla Via Salaria e fu progettata con criteri ingegneristici moderni, per rendere l’ascesa degli automezzi più agevole possibile. La sua costruzione fu fortemente enfatizzata dalla propaganda del regime: al suo termine (Campoforogna) fu eretta un’ermaa memoria dei “martiri della rivoluzione fascista”, mentre al suo inizio (Lisciano) fu posta una colonna di granito con l’iscrizione:

«Con questa strada / da Benito Mussolini / fu rivelata a Roma / la sua montagna»

Dopo la prima visita del gennaio 1933, Mussolini tornò più volte sulla montagna: negli anni seguenti il dittatore cominciò a compiere frequenti gite sul Terminillo, che gli permettevano di praticare attività sportive (alle quali si dedicava assiduamente, anche se con scarsi risultati), e anche di incontrare Clara Petacci lontano da occhi indiscreti.

Le visite di Mussolini, però, non erano solo momenti di piacere. In quegli anni, infatti, il Terminillo divenne un importante strumento di propaganda del regime: nel 1937, il presidente del CAI Manaresi scrisse che, per la causa delle montagne, «due giorni trascorsi da Mussolini sul monte Terminillo sono più preziosi di cento discorsi, risme di saggi e folle di comitati». Mussolini, infatti, si faceva spesso fotografare sulla neve per promuovere la pratica sportiva e il turismo montano; nelle foto veniva ritratto con gli sci o sullo slittino, a volte addirittura a torso nudo. In realtà, secondo le testimonianze degli istruttori che lo assistevano, il duce non era un abile sciatore e nelle sue visite si limitava a fare qualche passo con gli sci ai piedi. La pubblicizzazione delle visite di Mussolini portò una grande fama al Terminillo, che divenne in pochi anni una meta ambita da molti personaggi in vista.

Con la realizzazione della strada, in breve tempo sorsero numerose strutture ricettive: nel 1936 viene aperto il primo albergo, il Savoia, seguito poco dopo dal Roma (dove si trovava l’appartamento presidenziale riservato a Mussolini).

Nel 1934, grazie all’azione del principe Ludovico Potenziani, fu costituita la Società Anonima Funivie del Terminillo, spin-off della Società Romana Costruzioni Meccaniche. Negli anni successivi la società investì quattro milioni di lire sul Terminillo: il progetto prevedeva tre funivie (Pian de Valli-Terminilluccio, Campoforogna-Terminilluccio, e Terminilluccio-Terminilletto) di cui fu realizzata solo la prima, inaugurata il 26 gennaio 1938 e tutt’ora funzionante.

Ad aumentare la fama del Terminillo contribuì anche il giro d’Italia: a partire dal 1936 e per quattro anni consecutivi, la scalata del Terminillo entrò a far parte della corsa rosa divenendo una delle tappe “clou”. Per l’occasione fu introdotta per la prima volta la modalità della corsa a cronometro.

Tra storia e leggenda…

L’incidente aereo del monte Terminillo fu un incidente aereo avvenuto il 13 febbraio 1955. Il DC-6 della compagnia di bandiera belga Sabena si schiantò contro il costone dell’Acquasanta alle pendici del Monte Terminillo vicino Rieti. Tutte le 29 persone a bordo perirono nell’incidente. Tra le vittime c’era anche Marcella Mariani , attrice già Miss Italia 1953.

Il volo e l’incidente

Il DC-6 era partito da Bruxelles alle 16:17 GMT, con destinazione finale Congo e scalo intermedio all’aeroporto di Roma Ciampino.

A causa di un forte vento laterale che i rapporti meteorologici non avevano previsto, dopo il passaggio sopra Firenze l’aereo aveva deviato dalla rotta senza che l’equipaggio se ne accorgesse. I piloti quindi erano convinti di trovarsi sopra la città di Viterbo ed effettuarono la procedura prevista per l’atterraggio a Ciampino, che prevedeva la discesa a 5 500 piedi subito dopo essere passati sopra al radiofaro di Viterbo.

Dalle comunicazioni radio con la torre di controllo di Ciampino, alla quale i piloti chiesero prima se l’NDB di Viterbo stesse funzionando a piena potenza e poi se l’ILS di Ciampino fosse operativo, si poté in seguito evincere che gli strumenti dell’aeromobile stessero indicando che la posizione non era corretta, ma che le condizioni meteorologiche avverse avevano invece fatto ipotizzare un malfunzionamento degli apparati radio di ausilio alla navigazione dell’aeromobile.

La comunicazione radio con la torre si interruppe alle 19:53, quando l’aereo impattò contro il Monte Terminillo. Lo schianto avvenne a circa 1700 metri di altitudine in località “Costa dei Cavalli”, nel comune di Cantalice.

Le ricerche del relitto furono lunghe e complesse a causa dell’ampiezza dell’area dove l’aereo poteva essere caduto; furono effettuate ricognizioni in tutti i luoghi dove erano state testimoniate stranezze (come rombi di motore o incendi) o dove fu avvistata la presenza di rottami o chiazze sull’acqua, ma nessuna di queste condusse al luogo del disastro. Le principali ipotesi erano che l’aereo potesse trovarsi su una vetta degli Appennini, sul fondo del mar Tirreno o in quello di un lago dell’alto Lazio.

Solo il 21 febbraio, dopo nove giorni di ricerche, un aereo ricognitore individuò i resti del relitto sul versante occidentale del Terminillo; le cattive condizioni atmosferiche, tuttavia, impedirono l’uso dei paracadute e fu necessario raggiungere il luogo dell’impatto via terra. Ai soccorritori, aiutati nell’ascesa dai montanari del luogo, si presentò una scena drammatica, con l’aereo completamente distrutto (ad eccezione della coda, rimasta conficcata nella neve) e i corpi delle vittime ricoperti da lastre di ghiaccio; il recupero delle 29 salme in una zona tanto impervia richiese quattro giorni. Il 27 febbraio presso la Cattedrale di Rieti si tennero i funerali solenni, officiati dal vescovo Raffaele Baratta a spese dell’amministrazione comunale, ai quali partecipò una grande folla.

Sul Terminillo, sul luogo dell’impatto, è presente un cippo a ricordo della tragedia. Una piccola raccolta di materiale relativo all’incidente (resti del relitto, articoli di giornale dell’epoca, oggetti vintage appartenuti alla compagnia aerea) è stata allestita nel 2014 a Cantalice.

Link associati: www.sentieroplanetario.it/it/progetti/saletta-dei-ricordi-m-mariani

Il luogo del Termine. In località Cinque Confini, su di un colle sovrastante il campo d’altura del Terminillo, vi è una spada in ferro infissa in un masso, scoperta casualmente nel 1978 da due escursionisti del CAI in transito che la trovarono quasi totalmente ricoperta da terriccio e da un piccolo cespuglio.  Il luogo esatto era noto dagli anziani quale luogo del Termine;  sembra che ve ne fosse notizia presso i Beni Civici di Vazia, antica istituzione pubblica di origine medievale. Non lontano vi è un colle che porta lo stesso nome, “Colle del Termine”.  Questa singolare rinvenimento celerebbe una vicenda misteriosa; si tratta quasi certamente di una leggenda, collegata storicamente all’epoea dei templari ed ai tempi della dissoluzione dell’Ordine.  Si narra che nell’anno 1307 cinque cavalieri templari rifugiarono sul Terminillo  – allora confine del Regno di Sicilia e Puglia con lo Stato della Chiesa (illius terminus) – per sfuggire all’ordine di arresto da parte del Re di Francia Filippo il Bello e del Pontefice Clemente V.  I Cavalieri erano capitanati da Guy de la Roche – maresciallo templare – divenuto poi  fra’ Bernardo al seguito di San Francesco nella chiesa Foresta di Rieti. Stante il lungo tempo trascorso e l’esposizione alle intemperie è assai improbabile che possa trattarsi della spada originale, ma piuttosto di un rifacimento di epoca ignota ancorché identico.  Si dice sia una spada di pace – non deve essere toccata. Il solo entrare nel cerchio magico della Spada –  porta tradizionalmente fortuna. Chiunque si avvicini verrebbe infatti permeato dallo Spirito di Guy de La Roche e destinato a divenire Cavaliere di pace nel mondo.  L’iscrizione leggibile é INIO che  significherebbe In Nomine Iesu Omnipotentis – dall’altro lato si riconosce l’iscrizione A.D. 1307. Proprio davanti alla Spada i Cinque Cavalieri si abbracciarono per l’ultima volta, prima di essere sciolti daue confini.l giuramento templare e di separarsi.  i Cinque presero strade diverse: Rieti, Cittaducale, Castel Sant’Angelo, Borgo Velino  Micigliano, rifugiando in quelle comunità. Finché la Spada  resterà infissa i 5 Comuni resteranno uniti e invincibili. La località dei Cinque Confini rappresenta oggi realmente il confine amministrativo di questi cinque Comuni contigui: è curioso notare come ciascuno di essi raggiunga, con uno spicchio di territorio, proprio il luogo del Termine.

Link brochure: http://www.sentieroplanetario.it/images/PDF/La_leggenda_dei_cinque_confini_del_Monte_Terminillo.pdf

Link associato: http://www.sentieroplanetario.it/it/terminillo/leggenda-dei-cinque-confini

E’ una ricorrente curiosità notare che nei media, nella conoscenza del turista medio, e nelle argomentazioni riferite ai luoghi, alle bellezze, e alle problematiche inerenti lo sviluppo del massiccio terminillese,  l’attenzione è indirizzata quasi sempre al centro di Pian de’ Valli, minimizzando o ignorando l’esistenza di un territorio,  urbanizzato fin dalle origini,  che risponde al nome di «Campo-forogna».
Il toponimo, molto probabilmente, ha le radici nei secoli passati al tempo in cui le popolazioni pedemontane si trasferivano in altura per l’alpeggio o magari per sfuggire alle scorrerie barbariche e barbaresche o alle angherie degli invasori, molto frequenti nella storia passata. Vale comunque la pena di accennare alle varie interpretazioni che sono state ipotizzate sulla radice di questo toponimo: «Campus Forum» ovvero dove nella piana dei «Cinque confini» convergevano la popolazioni di valle per farne luogo d’incontro e di mercato, oppure, rammentando la leggenda che ci racconta di un certo brigante Forogna che imperversava  a valle per poi risalire a godersi il frutto delle sue scorrerie?

Ogni luogo ha la sua leggenda, ma questa ha una appendice nel vicinissimo sito dei «tre faggi», dove, a monte della  strada turistica omonima, esistevano tre vetusti alberi, riuniti alla base da un unico tronco, che il brigante utilizzava per nascondervi la refurtiva.

Questo ipotetico tesoro non è mai stato trovato, ma cercato sicuramente, dato che in anni abbastanza recenti, i tre secolari faggi furono abbattuti da ignoti  ma senza alcun ritrovamento. Territorio comunque interessante quello dei «cinque confini», perché diviso fra cinque comuni e non senza contestazioni in merito  alla giurisdizione. Oggi un punto di intersezione ubicato fra il residence ed il campo d’altura, in prossimità di una piccola casetta ristrutturata (ex stazione inferiore di una sciovia anni trenta della società Funivia), convergono i confini dei comuni di :Rieti (a ovest), Micigliano (ad est), Borgo Velino (dove c’è la casetta), Castel  S. Angelo (a sud-est) e Cittaducale (a sud dove è ubicato il residence). Oggi la zona è stata sviluppata con il «centro di altura» la cui struttura è organizzata per  discipline sportive diverse quali il calcio, il tennis, il calcetto e l’atletica in quota, mentre d’inverno è il centro per lo sci di fondo, anche per l’esercizio notturno e con l’ausilio della neve artificiale.

Ma torniamo all’inizio. Campo-forogna è tutto qui? E come è stato pensato, e quando? Nel 1936 è di già operativo il prolungamento della strada statale n. 4/bis Salaria fino al grande piazzale di Campoforogna completato con l’anello panoramico. All’orizzonte in direzione sud si vede la pianura romana, il mare di Fiumicino, la cupola di S. Pietro e di notte il faro del Gianicolo con un normale cannocchiale. Questo è il panorama che si vede dalla villa in costruzione del Principe Francesco Chigi della Rovere, progettata dall’architetto e ingegnere Tadolini, professionista di chiarissima fama e di illustre stirpe, discendente da

Scipione, capostipite di origine bolognese, allievo del Canova, le cui copiose sculture impreziosiscono la Roma rinascimentale e il Vaticano.  Tadolini osserva attentamente la zona, la studia e realizza il primo piano regolatore del Terminillo concentrato soprattutto su Campoforogna con indirizzi che privilegiano  strutture per il tempo libero quali, campi sportivi e la funivia dal piazzale al Monte Terminilluccio con un secondo tronco fino al monte Terminilletto (mt. 2108), mai realizzate a causa della guerra alle porte.
Seguendo l’urbanistica «tado-liniana», sorgono in  pochi anni il rifugio del governatorato di Roma voluto dal principe Lodovico Potenziani (allora governatore di Roma), le mura sono in pietra scalpellata come l’albergo della C.I.T. (oggi residence). Contemporanei sono i due edifici della G.I.L. (Gioventù Italiana del Lit-torio) oggi Hotel Terminillo, la caser-metta della «Milizia forestale», il R.A.C.I., oggi ristrutturato dall’Amministrazione Beni Civici di Vazia, la villa del professor Ciancarelli (acquistata e ristrutturata in albergo «il Ghiacciolo» da Emma Lancillotti negli anni ’50) e ancora il monumento che domina il piazzale dove sostavano decine e decine di «torpedoni» pieni di «cannibali», ossia sciatori alle prime armi.
La seconda guerra mondiale del 1939 segna l’interruzione dello sviluppo turistico che riprenderà solamente a pace raggiunta, ma non prima del 1946. Va ricordato, in merito agli edifici del periodo anteguerra, che molti di questi sono stati lasciati nel più completo stato di abbandono, vale l’esempio di segnalare villa Chigi e il rifugio del Governatorato (già albergo Campoforogna), strutture in stile littorio di notevole pregio storico e architettonico. A questo proposito sembra che la Regione Lazio, nell’ambito del progetto «le città di fondazione» finalizzato al recupero di edifici storici, stia valutando l’opportunità di includere anche il Terminillo.

Infine, parlando di impianti di risalita installati a Campoforogna, nel primo periodo post-bellico, va citato il «Dizionario Enciclopedico Moderno» (VIIa edizione del 1951) dove alla voce «Terminillo» si legge testualmente: «…nel 1948 è entrata in funzione una sciovia smontabile, la prima del genere in Italia». L’impianto in questione, realizzato su brevetto di Cesare Ferriani,  raggiungeva l’anello di Campo-forogna partendo dalla valletta alla base del colle Scampetti.

Questa è la sintetica storia di una località che molto meriterebbe in quanto a vastità del territorio, agli splendidi panorami che vanno dalle pianure a occidente alle montagne abruzzesi a oriente. Si ha notizia che recentemente i Sindaci dei comuni interessati si siano riuniti per concertare un consorzio per lo sviluppo di Campo-forogna, ci auguriamo che la cosa possa giungere a obiettivi concreti. Questa sintetica carrellata narrata un po’ a macchia di leopardo, ha temporaneamente escluso argomenti, notizie e realtà più recenti che potranno essere oggetto di una prossima trattazione.

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